Nicola Porro: “Io il primo a denunciare. Un fenomeno pericoloso coperto dall’accoglienza”

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Direttore, Quarta Repubblica è stata la prima testata a occuparsi di mafia nigeriana come un problema che si stava sottovalutando.

«Da novembre abbiamo cominciato a scavare nel mondo della mafia nigeriana in Italia, un’inchiesta che ha toccato varie tappe, da Mineo in Sicilia, a Castevolturno in Campania, passando per le baraccopoli del Sud Italia, per arrivare nei ghetti torinesi e delle grandi città del Nord».

La magistratura sembra confermarlo, con i barconi arriva anche la manovalanza di una nuova, cruenta organizzazione criminale.

«Si. Però all’inizio i miei ospiti non volavano sentir parlare di mafia nigeriana. Sembrava l’ennesimo attacco all’accoglienza. Si volava negare il problema».

Malafede?

«Si voleva dare il messaggio che nei barconi non c’erano delinquenti. E comunque una volta qui sarebbero stati gestiti da un’unica mafia, la nostra».

E invece?

«Invece i nigeriani lavorano in proprio».

Torniamo a «Quarta Repubblica». Avete intervistato in esclusiva un ex affiliato alla mafia nigeriana.

«Si. E seguito la maxinchiesta che ha portato allo smantellamento della cellula al Cara di Mineo, 16 nigeriani di cui 3 donne, dedita a droga, prostituzione, riti voodoo, patti di sangue, violenze brutali. In quell’inchiesta si è capito come il cuore dell’organizzazione in Nigeria opera per infiltrare la propria manovalanza criminale sui barconi di disperati per farli arrivare in Italia».

E poi l’altra grande storia dell’omicidio della povera Pamela Mastropietro.

«Oseghale è accusato di averla fatta a pezzi, il processo stabilirà se è colpevole. Un fatto è certo, una nostra cronista ha visto quel corpo così terribilmente mutilato e dissanguato. Chi l’ha ridotta così aveva una mano esperta e anche su questo caso aleggia lo spettro della mafia nigeriana. Il potere di un’organizzazione criminale si misura in base al volume di affari e questi cult, così vengono chiamate le cosche nigeriane, gestiscono milioni di euro. Ma si insinuano anche in piccoli racket: disperati che chiedono l’elemosina e che vengono taglieggiati dai capi. Una nuova mafia in Italia».

Prossima mossa?

«Andremo in Nigeria, nel cuore nero della nuova mafia».